Quando le industrie del tabacco insegnarono come mentire ai cittadini sulla scienza

Pubblicato su Wired.it

Qualche decennio fa le principali industrie dei combustibili fossili decisero che il pubblico non doveva sapere del crescente consenso degli scienziati riguardo ai cambiamenti climatici. Non si trattava solo di proteggere gli affari dei petrolieri, ma di proteggere il libero mercato dai regolamenti, nei quali qualcuno vedeva nientemeno che la minaccia del comunismo.
Attraverso una rete di think tanks e fondazioni comiciò un’operazione di propaganda che utilizzava le incertezze della scienza del clima per far credere ai cittadini che i climatologi stessero ancora discutendo sull’esistenza o meno del riscaldamento globale antropogenico, ritardando in questo modo ogni tentativo concreto di regolamentare le emissioni.
Come sappiamo questa strategia è stata vincente, ma forse non tutti sanno che la ragione di questo successo è che era già stata collaudata: non è un caso se oggi è nota come strategia del tabacco. Ancora una volta è il libro di Naomi Oreskes e Erik M. Conway Merchants of Doubt (2010), incredibilmente (o forse no) inedito in Italia, a raccontare come sono andate le cose.
Da quanto tempo esistono solide prove che il fumo faccia male? Anni ’90? ’80? Fine anni ’70? Sbagliato. I danni del fumo di sigaretta erano stati accertati molto tempo prima. I nazisti, per esempio, avevano concluso negli anni ’30 che fumare non era salutare e il regime si opponeva al fumo: Hitler in persona non voleva che si fumasse in sua presenza. Anche se Werner Von Braun ci avrebbe portato sulla Luna, comprensibilmente nel dopoguerra nessuno poteva permettersi di dare credito a ricerche fatte dai nazisti, ma presto altri scienziati cominciarono a interessarsi agli effetti del fumo: per la fine degli anni ’50 gli studi accumulati non lasciavano alcun dubbio sulla pericolosità delle sigarette. Eppure bisognerà aspettare la fine degli anni ’80 per avere una sentenza di primo grado in favore dei parenti di una vittima. Come è stato possibile?
imageNel dicembre del 1952 su The Readers’ Digest, allora la pubblicazione più letta al mondo, uscì l’articolo Cancer by the Carton, dove si commentavano alcuni recenti studi epidemiologici che collegavano il fumo al cancro ai polmoni. Un anno dopo uscì uno studio sperimentale che mostrava come i topi sviluppassero il cancro quando la loro pelle era cosparsa di catrame di sigaretta, il residuo del fumo che si deposita nei polmoni dei fumatori. Lo studio non era stato fatto nella Germania nazista, ma allo Sloan-Kettering Institute a New York, e anche questo fu ampiamente riportato dalla stampa.
Le carte dell’epoca rivelano che le industrie del tabacco erano nel panico, e passarono all’azione: il 15 dicembre del 1953 i presidenti di American Tobacco, Benson and Hedges, Philip Morris, e Us Tobacco si riunirono al Plaza Hotel di New York e si accordarono per difendere il loro prodotto sul terreno delle pubbliche relazioni. Il pubblico doveva credere che erano ancora molte, troppe le domande senza risposta in merito agli effetti del fumo, e per questo motivo i rischi prospettati da alcuni studi non potevano essere presi seriamente in considerazione dal punto di vista scientifico. Il dubbio, essenziale nella ricerca scientifica, diventò quindi l’espediente per ingannare i cittadini: era assolutamente vero che non si sapeva tutto degli effetti del fumo e sui meccanismi da cui erano causati (esistono tutt’ora degli interrogativi irrisolti), ma che il fumo uccidesse stava diventando sempre più evidente. Come scrivono gli autori di Merchants of Doubt
L’industria aveva realizzato che si poteva creare l’impressione di una controversia semplicemente facendo domande, anche quando si conoscevano le risposte e in realtà queste ultime non servivano a supportare la causa.
Perché l’inganno funzionasse a dovere, le industrie sapevano di dover portare dalla loro parte un po’ di scienziati. Nel 1954 arruolarono il noto genetista C. C. Little per guidare il Tobacco Industry Research Committee, attraverso il quale avrebbero finanziato in modo mirato i ricercatori che potevano essere più utili alla causa. Con questi metodi si guadagnarono nel tempo la collaborazione anche di scienziati di altissimo profilo, come il celebre fisico Frederick Seitz. Grazie a questi studiosi compiacenti fu possibile creare l’illusione di un dibattito scientifico in corso, e a al tempo stesso creare una riserva di esperti disposti a testimoniare in tribunale in modo da non compromettere certi interessi.
Gli spin doctor di queste operazioni ricevettero anche un aiuto inaspettato proprio da quei regolamenti che tanto odiavano i loro clienti: nel 1949 era infatti entrata in vigore la Fairness Doctrine, ovvero l’obbligo per le emittenti di presentare tutte le posizioni di un dibattito di interesse pubblico. Questo permetteva ai portavoce dell’industria di pretendere in Tv e in radio lo stesso spazio riservato agli esperti in nome del contraddittorio, ma in realtà anche la carta stampata adottò la stesse regole. In linea di principio la Fairness Doctrine era nell’interesse dei cittadini, ma nella pratica la scienza non è come un dibattito politico. Oreskes e Conway inoltre scrivono:“Sembra che l’equilibrio giornalistico fosse stato interpretato come dare uguale peso a entrambe le opinioni, invece che dare un peso accurato a entrambe le opinioni.”
Grazie un manipolo di scienziati compiacenti le industrie del tabacco sono sopravvissute egregiamente man mano che le persone continuavano a morire a causa del prodotto che vendevano. Quando non fu più possibile negare l’evidenza la battaglia si spostò sul fumo passivo, ma la strategia rimase la stessa: combattere la scienza con le pubbliche relazioni, approfittando delle sue imperfezioni. Un vero e proprio complotto ai danni dei consumatori, come è stato stabilito anche da una sentenza americana del 2009.

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